C’è un momento, nella vita di un Teatro, in cui non basta più programmare spettacoli.

Bisogna tornare a chiedersi che cosa significhi davvero essere un Teatro Stabile oggi.

Quale posto occupare nella propria città. Quali relazioni costruire. Quali generazioni accompagnare. Quali persone raggiungere. E, soprattutto, quale traccia lasciare.

Il percorso del Teatro Stabile di Catania parte da questa domanda.

Da un’idea semplice, ma radicale: il Teatro non può essere soltanto il luogo in cui si entra per assistere a uno spettacolo. Deve essere un luogo capace di uscire da sé, attraversare la città, incontrare le persone, generare occasioni e mettere in relazione mondi diversi.

È una visione che il direttore Marco Giorgetti sintetizza così:

“Uno Stabile è vivo quando il palcoscenico resta il suo cuore, ma non diventa il suo confine. Quando produce e ospita grandi spettacoli, ma nello stesso tempo apre spazi alla formazione, alla ricerca, alla creazione e all’incontro.Quando accanto ai grandi interpreti trovano posto i giovani autori.Quando un maestro incontra una nuova generazione di artisti. Quando l’Università entra in Teatro e il Teatro entra nello spazio pubblico. Quando una piazza diventa scena.Quando un laboratorio diventa un’occasione concreta di crescita. Quando una produzione nazionale o internazionale non attraversa semplicemente Catania per alcuni giorni, ma lascia dietro di sé relazioni, conoscenze, esperienze, possibilità”

È proprio in questa capacità di generare relazioni che il Teatro smette di essere soltanto un edificio e diventa territorio.  E il territorio non è soltanto la comunità degli attori e degli operatori teatrali. È fatto di giovani e anziani, scuole e università, associazioni e quartieri, persone fragili, comunità migranti, realtà sociali, cittadini che frequentano abitualmente il Teatro e persone che forse non ne hanno mai varcato la soglia. Persone e comunità che spesso custodiscono un patrimonio straordinario di esperienza, conoscenza e memoria della città.

Essere parte del territorio significa allora fare qualcosa di più ambizioso che semplicemente “dare spazio”: significa mettere in relazione ciò che accade sul palcoscenico con ciò che accade nella comunità. Significa creare un sistema nel quale anche le attività nazionali e internazionali del Teatro producano occasioni di incontro, formazione, partecipazione e crescita per la città.

Dentro questa idea di Teatro che si compongono le attività della settimana inaugurale. Non una successione di appuntamenti, ma parti diverse di uno stesso disegno. Le prove aperte dei vincitori del bando di drammaturgia U35, La Commedia scende in piazza, la presenza di Alessio Boni e Marcello Prayer, l’apertura della stagione di prosa con Delitto e castigo; il convegno Genealogie contemporanee dell’attore italiano e lo spettacolo Agnulilla; il Pinocchio e Giufà. Favole per un Nuovo Mediterraneo a Ragusa

 

La tradizione non si custodisce sotto vetro. Si rimette in circolo. Si attraversa. Si interroga. Si consegna a nuovi sguardi. il Teatro non è una successione di titoli, ma un organismo vivo, che produce e ospita, e contemporaneamente forma, ricerca, ascolta, trasmette, mette in relazione, apre possibilità. Un Teatro capace di stare dentro il proprio tempo senza rinunciare alla propria storia. Capace di far dialogare un grande interprete e un giovane autore, un maestro e un allievo, una sala teatrale e una piazza, Goldoni e la città contemporanea, Orazio Costa e gli attori di oggi, l’Università e il palcoscenico, la tradizione e ciò che ancora deve prendere forma.

È questo il senso di Materia Viva , la stagione che andiamo ad aprire.

Ed è qui che uno Stabile diventa davvero vivo.

Quando non occupa semplicemente uno spazio nella città, ma la attraversa. Quando non aspetta soltanto il pubblico che già lo conosce, ma prova a raggiungere quello che ancora non sa di poter appartenere al Teatro. Quando permette a chi lo frequenta da sempre di viverlo in forme diverse e, nello stesso tempo, offre a chi ne è rimasto lontano una prima possibilità di incontro.

Questi giorni di inaugurazione della nuova stagione vogliono essere anche questo: un invito aperto a conoscere il Teatro, attraversarlo, abitarlo, scoprirne i luoghi e le persone.

Per un bambino che lo scopre in una piazza, per un giovane autore che per la prima volta vede le proprie parole diventare scena, per uno studente che incontra un maestro, per chi entra al Teatro Verga per un grande spettacolo o alla Sala Futura per un laboratorio o un incontro. Per chi, semplicemente passando per la città, si ferma e scopre che il teatro può accadere anche lì.

Perché il teatro è il territorio quando non si limita a rappresentarlo, ma lo attraversa, lo ascolta e lo mette in relazione con il mondo.

Aggiunge il Direttore:

“Essere un Teatro pubblico significa assumersi questa responsabilità: non soltanto raccontare una comunità, ma creare le condizioni perché quella comunità possa incontrarsi, riconoscersi, sorprendersi e guardare oltre sé stessa.”

Perché non si tratta più soltanto di portare la città a Teatro. Si tratta di lasciare che il Teatro entri nella vita della città.

E, attraversandola, continui a trasformarsi insieme a lei.