ENRICO IV

Calendario rappresentazioni

di Luigi Pirandello

regia Yannis Kokkos

con Sebastiano Lo Monaco e dieci attori in via di definizione

scene Yannis Kokkos
costumi Paola Mariani
luci Jacopo Pantani
collaboratrice artistica Anne Blancard
aiuto regia Stephan Grögler
aiuto scenografo Cleo Laigret

produzione Associazione SiciliaTeatro, Teatro Biondo di Palermo, Teatro Stabile di Catania, Teatro Stabile del Veneto

Una sfida rilevante per l’epoca contemporanea è costruire una società critica, nella quale siano presenti osservatori critici che sappiano da un lato promuovere una cultura del pensiero e della riflessione e dall’altro prendere decisioni ponderate.

Come sottolineano alcuni antropologi e sociologi, tra cui Erving Goffman, Richard Schechner e Victor Turner, questo è possibile grazie al “come se” del teatro. Il teatro infatti ci permette di metterci nei panni del nostro “avversario”, di sperimentare diverse soluzioni per risolvere una soluzione difficile, ci fa identificare con storie e personaggi che rappresentano principi universali. Il teatro ci permette di giocare il ruolo del protagonista o di stare all’esterno dell’azione osservandola con lo sguardo critico dello spettatore. Ormai è stato ampiamente studiato come, attraverso il teatro, sia possibile allenare in modo efficace il pensiero critico (Sharon Bailin:“Critical Thinking and Drama Education”).

Il Teatro in generale, lo spettacolo in oggetto in particolare, hanno un forte impatto sulla popolazione civile perché costituiscono elemento di riferimento permanente ai bisogni civici individuati, di facile accesso e semplice acquisizione. Storie, informazioni, dati, situazioni, problematiche da risolvere legate ai bisogni civici individuati, vengono proposte in modo semplice alla popolazione attraverso il linguaggio del teatro.

Nel caso in oggetto, la produzione dell’Enrico IV di Luigi Pirandello per la regia di Yannis Kokkos, coniuga e mette a disposizione dello spettatore lo sguardo del maggiore autore siciliano (e fra i maggiori europei) del ‘900 filtrato dalla cultura e dall’esperienza di uno dei più incisivi e stimati registi viventi.

Lo spettatore viene accolto, quasi a sua insaputa, all’interno di una seduta psicoanalitica dalla quale uscirà, a fine spettacolo, con molti e rilevanti quesiti sul suo personalissimo vissuto.

Come è noto infatti il nostro Luigi Pirandello ebbe a sviluppare nel suo Teatro i temi, allora nascenti, della psicologia del profondo, riferibili agli studi di Sigmund Freud e alla successiva Scuola di Francoforte.

Enrico IV è un testo con cui si sono misurati grandi attori italiani ed europei. Sebastiano Lo Monaco, dopo il fertile incontro con Yannis Kokkos, nell’Edipo a Colono di Sofocle, nel 2018 al Teatro Greco di Siracusa, ha deciso di portarlo in scena, dopo aver realizzato ben cinque testi di Pirandello e nel pieno della maturità artistica, non rivedendolo alla luce dei nuovi studi della psicologia analitica o delle neuroscienze, essendo il tema centrale quello della follia, oggetto di tanti allestimenti, bensì alla luce del potere della rappresentazione, con la consapevolezza di recitare la follia e non di viverla. Del resto, quando Enrico entra in scena mostra una lucidità, nel ragionamento, che non ha più nulla a che fare con la follia, essendo, per lui, qualcosa di già avvenuto, tanto che non gli rimane altro che recitarla, quasi per assecondare il sentimento del suo autore che decise di scrivere la “ tragedia”, per rispondere al pubblico e ai critici che, in occasione della messinscena dei Sei personaggi, al Teatro Valle di Roma (1921), gli avevano dato del pazzo, urlando “ manicomio, manicomio”.

Una simile considerazione ci riporta agli anni della composizione del testo e a chiederci il perché lo abbia scritto. A questa prima ipotesi, si può aggiungere quella più nota che riguarda la follia della moglie Antonietta Portulano, che spinse Pirandello ad accostarsi alle nuove scienze che praticavano la psicoterapia che è un tema centrale dell’Enrico IV, visto l’esperimento che il dottor Dionisio Genone voleva praticare su Enrico, credendolo pazzo.

Gli interessi di Pirandello, in quegli anni, spaziavano dalla filosofia alla psicoanalisi, in particolare al metodo freudiano, non ancora del tutto conosciuto e compreso, avendo a che fare col problema dell’inconscio e con quello degli impulsi repressi, conseguenza dei processi psicotici. Certo, nel rapportarsi col testo, non si può prescindere da simili interessi, solo che uscire dal labirinto della psicoanalisi, riconoscendo l’esistenza dei problemi che riguardano quelli dell’Incoscio, dell’Ombra, del Doppio, vuol dire intraprendere altre forme esegetiche che possono avere a che fare con lo studio del mondo onirico o con quello di come recitare la follia. Riconoscere l’esistenza dell’Ombra vuol dire affrontare il negativo che c’è in noi, attraverso lo svelamento, tipico del metodo psicoanalitico, ma che appartiene anche al teatro, perché, proprio sul palcoscenico, si realizzano e si svelano le nostre psicopatologie quotidiane. Enrico sembra che sia uscito contemporaneamente dall’Ombra, dopo aver tanto sognato o, addirittura, dal ventre del teatro, quello che Pirandello aveva reso osceno attraverso la nudità delle tavole del palcoscenico, nei Sei personaggi.

Ma sembra essere uscito anche da un sogno che l’aveva messo a contatto con certi aspetti della sua personalità ferita dall’egoismo degli altri.

Così, il tema della follia, presente in opere come Il berretto a sonagli e in Così è, se vi pare, già interpretate da Lo Monaco, si trasforma in rappresentazione della follia, fino a esibirla. In fondo, Enrico, per poterla mostrare attraverso una cosciente finzione, deve rinsavire, e mettere a nudo il rapporto tra maschera e smascheramento, recitando la follia ed evidenziando il carattere metateatrale che si può applicare al testo.

Chi meglio dell’attore, che ogni sera si sdoppia, può recitare la follia? Chi meglio di lui può recitare il teatro dell’inconscio, visto che tutte le sere si sottopone a una seduta psicoanalitica? L’attore finge, proprio come Enrico, il quale, attraverso la finzione, costringe gli altri, a loro volta, a fingere.

Ritorna, in questo modo, il giuoco ambiguo della finzione che non si coniuga più con realtà, ma con follia, tanto che, la nota formula “finzione o realtà?”, si trasforma in “Finzione o follia?”. Per Enrico, la follia è l’unica finzione possibile. La domanda che nei Sei personaggi, rimaneva aperta, in Enrico IV trova una risposta. Si tratta di rivalsa? Di vendetta? No, semplicemente di rifiuto della ipocrisia borghese, che Enrico si diverte a beffeggiare, trasformandosi in un eccentrico buffone per potere urlare agli altri : “Buffoni, buffoni”, mostrando, in fondo, la sua vera malattia che consiste nella malinconia, diventata mania, dopo tanti anni di solitudine.

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