Teatro Verga / 5 – 17 dicembre 2017

Il giuramento

Le teste si possono tagliare o contare. Nel 1931 il regime fascista scelse entrambe le soluzioni e impose a tutti i professori universitari un giuramento di fedeltà al Duce. Giurarono in 1238. Solo in dodici si rifiutarono: furono le teste che il fascismo tagliò. Eroi per caso di un’Italia civile a cui era rimasta solo quell’estrema decenza: il coraggio di dire di no.

Questo testo è il racconto di uno di loro, uno di quei dodici, ed è liberamente ispirato alla figura di Mario Carrara. Carrara fa il medico legale in un tempo abituato a censire gli uomini e le anime con la fredda geometria insegnata da Lombroso: le misure della fronte, del cranio, delle ossa… L’università insegna già a catalogare i segni e i sospetti sulle razze, il sapere è intriso conformismo, le carriere si fanno con la tessera del partito cucita in tasca, gli studenti indossano le camicie nere anche a lezione.

Carrara, no. Del fascismo ha un ripudio estetico più che ideologico. Gli sembrano ridicole quelle camicie nere inamidate e il pugnaletto ai fianchi dei ragazzi, gli vengono a noia le orazioni patriottiche di certi suoi colleghi, il modo in cui a lezione hanno tutti smarrito il gusto del dubbio. Non gli piace vivere intruppato, travestirsi, esibirsi.

Ha poco più di cinquant’anni, è ancora un bell’uomo, solitario e ironico al tempo stesso. Vive accudito dalle proprie abitudini: il corredo di pillole per sedare claustrofobie e gastriti; la presenza irruenta di Tilde, la sua assistente, che si prende cura di lui; lo scrupolo con cui prepara le sue lezioni puntando a ribaltare ogni luogo comune…

Attorno a lui corre l’Italietta conformista dei primi anni del fascio, gli studenti con la tessera del Guf cucita nella tasca dei pantaloni, il finto perbenismo, la carriera, le conversazioni vaghe e discrete dei colleghi, le brume umide di una città del nord.

Carrara lentamente intuisce l’agonia scellerata di un’Italia in cui tutti sanno cosa sta accadendo ma pochi scelgono di stare dalla parte giusta.  E quando il rettore gli comunica data e prescrizioni del giuramento – fedeltà al re e al duce – Carrara capisce di non poterlo fare. Non per eroismo né per ideologia. Solo che in quel rito a cui tutti si piegheranno per campare tranquilli, Carrara riconosce improvvisamente anche le menzogne della propria vita: le pillole disposte in buon ordine sulla tovaglia dei suoi pranzi, l’attrazione per questa donna che come lui non vuole adeguarsi, la delusione verso quei suoi studenti a cui ha regalato il proprio sapere senza mai far loro una domanda di troppo.

E adesso invece le domande arrivano, sgorgano irriverenti per quei ragazzi di vent’anni travestiti da fascisti, per quei colleghi saggi e ipocriti pronti a qualsiasi umiliazione pur di salvare la carriera, per quella donna che non è più solo un’ombra discreta ma una voce da ascoltare, un gesto da cercare.

Nell’ultima scena, mentre Carrara entra nel carcere in cui ha sempre lavorato come medico e vi ritorna stavolta da detenuto (i pantaloni troppo larghi perché gli hanno tolto la cintura, i passi trascinati perché gli hanno incatenato le caviglie) gli altri professori pronunciano il loro giuramento al duce. Ligi, mansueti, rassegnati.

Il giorno dopo le cattedre dei reprobi verranno immediatamente riassegnate. Alla storia resteranno solo i nomi dei dodici che seppero dire di no a Mussolini.

Mario Carrara fu uno di loro.

Claudio Fava

di Claudio Fava
regia Ninni Bruschetta
musiche originali Cettina Donato
scene e costumi Riccardo Cappello
luci Salvo Orlando

con

David Coco
Stefania Ugomari Di Blas
Antonio Alveario
Simone Luglio
Liborio Natali
Pietro Casano
Federico Fiorenza
Luca Iacono
Alessandro Romano

produzione Teatro Stabile di Catania

Claudio Fava

Ninni Bruschetta

David Coco

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