IN PRINCIPIO FU MALÌA
Con Malìa, il forte dramma di Luigi Capuana, soleva debuttare sui palcoscenici delle capitali europee, in occasione delle sue trionfali tournées, Giovanni Grasso, «il più grande attore tragico del mondo», come unanimamente definito. Con Malìa, il 3 dicembre 1958, ebbe inizio l’esaltante avventura dell’allora Ente Teatro di Sicilia (fondato il 20 ottobre), dal 12 dicembre 1962 Teatro Stabile di Catania.
In una Catania ancora laboratorio letterario sebbene non più operoso e fervido come un tempo, un gruppo di appassionati, capitanati da Mario Giusti e Tanino Musumeci, realizzando un sogno a lungo accarezzato, danno vita ad un Teatro destinato a divenire uno dei più prestigiosi. Con loro (rispettivamente Direttore artistico e Presidente, il settore tecnico affidato a Pippo Meli) Turi Ferro e Ida Carrara e due capocomici della statura di Michele Abruzzo e Umberto Spadaro che, con Rosina Anselmi, Turi Pandolfini, Jole e Vittorina Campagna, Virginia Balistrieri, Eugenio Colombo, Rosolino Bua, appartenevano al ‘vecchio ceppo’ dell’eroico teatro siciliano. Sul piccolo palcoscenico di via Umberto, poi dedicato a Musco, alcuni di questi protagonisti del glorioso passato (Rosina Anselmi, Rosolino Bua, Eugenio Colombo, Michele Abruzzo, Umberto Spadaro) e un manipolo di attori destinati a grandi traguardi artistici (Turi Ferro, Franca Manetti, Maria Tolu, Cinzia Abbenante, Fioretta Mari, Tuccio Musumeci), diedero vita alla tragica storia di Jana, Nino e Cola. Di Accursio Di Leo la regia, di Renato Guttuso le scene, di Angelo Musco jr le musiche.
Arduo tracciare, seppure in rapida sintesi, le linee-guida del Teatro Stabile di Catania nel suo primo cinquantennio d’intensa, appassionata attività: in primo luogo il recupero e la valorizzazione del variegato, prismatico, intrigato repertorio del teatro siciliano di tradizione, ora giocoso, ilare, grottesco, ora melanconico, severo, drammatico. Una lunga teoria di autori da Luigi Capuana, Giovanni Verga, Federico De Roberto a Nino Martoglio, Antonino Russo Giusti, Giuseppe Macrì, via via fino a Vitaliano Brancati ed Ercole Patti, per ricordare soltanto le punte di iceberg. Di fondamentale rilievo la divulgazione presso un vasto pubblico, mediante pregevoli riduzioni, della grande narrativa isolana: I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, Dal tuo al mio di Verga, I Vicerè di De Roberto, Conversazioni in Sicilia di Elio Vittoriani, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Retablo di Vincenzo Consolo, La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini, Le menzogne della notte di Gesualdo Bufalino, Il birraio di Preston di Andrea Camilleri, La creata Antonia di Silvana La Spina. E ancora la messa in scena di testi di forte impegno sociale, quali quelli di Leonardo Sciascia e Giuseppe Fava. O spettacoli di notevole successo, anche popolare, quale Pipino il breve di Tony Cucchiara e Renzino Barbera, protagonista un esilarante Tuccio Musumeci e con lui Pippo Pattavina, Mariella Lo Giudice, Marcello Perracchio, Anna Malvica. Ma anche l’attenzione ad una drammaturgia nuova da Salvo Licata a Emma Dante, da Vincenzo Cerami a Vincenzo Salemme, da Filippo Arriva a Felice Cavallaro, da Salvatore Scalia a Spiro Scimone.
Un capitolo a parte andrebbe riservato all’insistita frequentazione di un drammaturgo della statura di Luigi Pirandello, il cui teatro è stato attraversato pressoché per intero, con messe in scena magistrali (come sottacere il Liolà e il Ciampa de Il berretto a sonagli di Turi Ferro o Il piacere dell’onestà e l’Enrico IV di Salvo Randone), ormai consegnate alla ‘storia’ del teatro. Non soltanto «un teatro dal cuore siciliano», per dirla con Mario Giusti, come testimonia sia il respiro europeo di tanti degli scrittori isolani sia la non occasionale presenza nel cartellone dello Stabile dei classici e dei contemporanei da Euripide a Plauto, da Shakespeare a Molière, da Dostoevskij a Cechov, da Ibsen a Lorca, da Gorkij a Eliot, da Harwood a Schimitt. Ancora una volta per citarne alcuni. Con la valorizzazione di un patrimonio drammaturgico e letterario unico la poliedricità delle scelte, l’apertura agli autori contemporanei, la sperimentazione e la contaminazione di generi e stili differenti, con la forza del radicamento nel territorio la tessitura di rapporti con altre, differenti realtà teatrali, con il coinvolgimento del mondo della scuola e dell’Università la consapevolezza di poter contare sullo zoccolo duro di una platea fedele e appassionata. Ancora, la «Scuola d’arte drammatica Umberto Spadaro», fucina di giovani talenti». E non è di certo poca cosa.
Un patrimonio ricchissimo che appartiene alla Città e che abbiamo il dovere di custodire, difendere e accrescere. Enzo Zappulla
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